Juliette – Prefazione Pt. 2

scritto da Nigthafter
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Fu in quel momento che l'argano si bloccò come se qualcosa ne avesse fermato lo scorrimento, una massa che impediva l'avvolgimento della rete.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – Prefazione Pt. 2
di Nigthafter

Juliette – Prefazione Pt. 2


Émile lasciò trascorrere una decina di minuti.
La pioggia battente non dava tregua, il piccolo chalutier rollava sulle onde gonfie del Canale della Manica, al largo delle coste del nord della Francia.
L'aria carica di un freddo umido e salmastro penetrava nelle ossa a dispetto dei pesanti abiti che indossava.
Il vento era un lamento sottile, mescolato al rombo sordo del motore.
Sul ponte scivoloso, illuminato a malapena dalle luci di coperta, era il momento di recuperare il pescato: le aringhe, quel pane fatto di sudore e fatica che strappava dal fondo di quel buio ostile.
Con le mani intorpidite dal gelo, afferrò la leva dell'argano manuale, un vecchio arnese di ferro rugginoso fissato al bordo della barca.
Lo azionò con movimenti ritmici e faticosi, girando la manovella in cerchi lenti ma decisi, mentre la catena cigolava sotto il peso di quella trazione.
Lentamente, la rete emerse dalle acque nere; rivoli d'acqua piovana mista a schiuma salata si riversavano sul ponte, rendendolo viscido e insidioso.
Il pescatore tirò con forza, avvolgendo la rete intorno al tamburo dell'argano, metro dopo metro, mentre i pesci intrappolati – vivi lampi argentei – guizzavano in preda al panico, dimenandosi in un caos impazzito di squame e spruzzi.
Il ponte oscillava con violenza sotto ogni onda che si infrangeva sullo scafo, la pioggia gli sferzava il viso come aghi gelidi, offuscando la vista e rendendo ogni gesto uno sforzo gravoso.
In quel buio profondo, puntinato solo dai bagliori lontani della costa francese, il lavoro diveniva un rituale solitario e spietato, in cui una disattenzione o un passo falso poteva significare scivolare in mare o ferirsi con le maglie taglienti della rete.
Lui continuava, avvolgendo e issando, fino a che il mucchio luccicante di aringhe non si ammucchiò ai suoi piedi, animato e pulsante, che invadeva il ponte.
L’odore acre di pesce fresco e alghe marce si mescolava al tanfo di gasolio e al sudore freddo che gli impregnava la cerata.
A ogni onda che sferzava la fiancata, l’acqua gelida scavalcava la murata riversandosi sul ponte in cascate bianche, lasciando uno strato viscido sulle tavole della barca.
Seduto sul bordo della tuga, le mani strette intorno alla manovella dell’argano, Émile sentiva il corpo pesante, le articolazioni che urlavano a ogni rollio: esausto e solo, contro quel mare che non dava tregua.
Il vento aveva girato, ora soffiava da nord-ovest con raffiche cattive che gli strappavano il cappuccio e gli sferzavano il viso di spruzzi salati.
Le luci di coperta proiettavano ombre lunghe e deformi sul ponte; nel buio e nella pioggia non si distingueva più nulla.
Fu in quel momento che l'argano si bloccò come se qualcosa ne avesse fermato lo scorrimento, una massa che impediva l'avvolgimento della rete.
Irritato da quell'intralcio imprevisto, si portò sul bordo dello scafo per comprendere la causa: fu lì che ciò che vide lo raggelò. Non credeva ai propri occhi, pregando fosse solo un inganno visivo della stanchezza.

Fra le maglie della rete fra filamenti marci di alghe e pesci guizzanti, spinto dalla risacca contro il fondo della poppa, galleggiava un corpo inanime.
Émile rimase pietrificato dalla macabra visione: si trattava del cadavere di una donna.
Nella luce incerta che proveniva alle sue spalle, lo comprese dai filamenti ramati dei capelli che incorniciavano ciò che era rimasto del capo, ondeggianti come dotati di vita propria, simili a serpi sulla testa della Medusa.
Il volto era gonfio, bianco come cera, sfigurato, mostrava i segni devastati di una lunga permanenza in acqua e dell'attività scarnificante e famelica dei pesci.
Gli occhi erano due cavità vuote, naso mangiato fino all’osso, la bocca priva di

labbra mostrava il chiostro inquietante dei denti di un teschio.
La donna appariva abbigliata di nero, era avvolta in un lungo scialle dello stesso colore, che le cingeva il corpo come un mantello o un drappo funebre.
Il corpo, rimasto impigliato nella rete, pareva danzare al ritmo di quel mare tormentato, con una cadenza ipnotica che gli raggelò le membra.
Ne aveva visti di annegati, negli anni era numeroso il rinvenimento sulle spiagge del luogo di cadaveri che il mare restituiva dopo averli ghermiti.
Ma questo, per Dio, era diverso.
Quei morti non apparivano differenti, non era la mancata consuetudine con la morte tra i flutti a scuotere la sua anima, ma a sconvolgerlo era ciò che questa morta pareva rappresentare.
Aveva le fattezze di un terrore più antico e profondo.
Qualcosa che sedimentava nascosto nella superstizione che riempiva il segreto mormorato dai vecchi, nelle chiacchiere d'osteria, quando a scioglierle erano i gradi del Genièvre
Era questo a fargli salire alla gola un brivido che si tramutò in urlo rauco d'orrore, disperso nelle tenebre dal vento impetuoso.

(Continua)

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